C'è un momento, nella vita di ogni azienda, in cui il curriculum passa da essere un utile strumento a un mero rumore di fondo. Questo accade quando sulla scrivania (sia fisica che digitale) arrivano decine, a volte centinaia di CV ben formati, ma sostanzialmente non confrontabili.
Gli stessi ruoli sono descritti, ma i percorsi sono raccontati in modi totalmente diversi; a volte si va dritti al punto, altre ci si perde in introduzioni personali. Alcuni elencano ogni singola esperienza, mentre altri lasciano grandi vuoti narrativi. Il risultato? Capire davvero chi è la persona dietro il documento diventa complicato, se non impossibile.
Il problema non è il CV in sé, ma il fatto di continuare a considerarlo lo strumento centrale per le decisioni.
Il curriculum è nato per descrivere, non per scegliere.
In teoria, il CV dovrebbe raccontare un percorso e non valutare il potenziale. Eppure, per anni, è stato usato come un filtro oggettivo: titoli, anni di esperienza, aziende in passato. Tutto sembrava chiaro e confrontabile.
Oggi, però, il contesto è cambiato. Le competenze si evolvono rapidamente, i ruoli si mescolano e le carriere non seguono più percorsi lineari. E, soprattutto, il vero valore di una persona non è sempre scritto nero su bianco.
Chi decide in azienda lo capisce bene: due CV “simili” possono nascondere persone completamente diverse per attitudine, capacità relazionali, visione e affidabilità. Affidarsi solo ai documenti significa esporsi a errori costosi, in termini di tempo, energie e clima lavorativo.
Il vero dilemma è la comparabilità.
Un aspetto critico per chi seleziona non è tanto la quantità di candidature, quanto la loro eterogeneità. Confrontare CV costruiti con logiche e linguaggi diversi richiede uno sforzo enorme, e spesso i risultati non sono solidi.
A questo punto emerge un'evidenza sempre più riconosciuta: il CV, da solo, non basta più per prendere buone decisioni.
Ci vuole qualcosa che aiuti le aziende a guardare oltre il formato, oltre la retorica, oltre l’autopromozione a volte esagerata. Serve uno strumento che riporti l’attenzione sulla persona, senza compromettere l’efficienza.
Dalla selezione alla relazione.
Sempre più aziende stanno cambiando il loro approccio, spostando l’attenzione dalla selezione come “scarto” a un processo più evoluto di conoscenza e valutazione. Non perché sia più “gentile”, ma perché è più efficace. Conoscere meglio i candidati significa ridurre il margine d'errore, facilitare l'inserimento e costruire relazioni lavorative più sane fin dall'inizio. In altre parole: meno turnover, meno attriti e più valore nel tempo.
Dal documento alla persona.
Il CV rimane un passaggio necessario, ma non può essere l’unico strumento di selezione. Sempre più spesso, ciò che fa la differenza è capire prima:
- come una persona prende decisioni,
- come si relaziona,
- in che tipo di contesto può davvero brillare.
Su Milan-Job ci occupiamo proprio di questo. Non siamo un’agenzia per il lavoro né una società di selezione. Siamo una piattaforma di job matching milanese che riduce il rumore prima della candidatura.
I candidati sulla nostra piattaforma non sono solo “profili caricati”, ma persone che hanno:
- riflettuto sul proprio orientamento,
- compilato un profilo attitudinale,
- scelto di candidarsi solo a opportunità che hanno senso per loro.
Per le aziende questo significa meno CV inutili e colloqui più significativi. Non sostituiamo il processo di selezione. Lo rendiamo più comprensibile.
Perché assumere non significa solo accumulare documenti. È una scelta che entra in azienda – e nella comunità – ogni giorno.
