C'è qualcosa di strano nel modo in cui le aziende comunicano le loro offerte di lavoro. Da un lato investono tempo, energia e spesso budget per pubblicare annunci sulle principali piattaforme. Dall'altro i risultati deludono quasi sempre: arrivano troppi curricula poco pertinenti, profili sbagliati, posizioni che rimangono aperte per settimane più del previsto. Di solito, si dà la colpa al mercato: pochi candidati, competenze introvabili, aspettative impossibili. Ma raramente si pensa a che cosa c’è scritto nell'annuncio stesso.
Ed è qui che spesso tutto si blocca.
Quattro problemi che nessuno vuole ammettere
Il primo è legato alle generazioni. Chi scrive gli annunci e chi li legge spesso non parla la stessa lingua — non in senso metaforico, ma in modo molto concreto. Un testo formale, ben strutturato e pieno di riferimenti sulla solidità dell’azienda e sulle opportunità di carriera a lungo termine può andar bene per un professionista senior. Ma per un candidato della Gen Z, che punta soprattutto su scopo, ambiente e autenticità, quel testo suona distante e poco credibile. Non è un problema di generazione, ma chi scrive raramente si chiede chi leggerà.
Il secondo è il paradosso del SEO. Le piattaforme di recruiting danno la priorità agli annunci ottimizzati per i motori di ricerca: titoli con le parole chiave giuste, strutture che gli algoritmi riconoscono, formati standardizzati. Così si ottiene un testo che scala le classifiche ma non emoziona nessuno. È approvato dal responsabile, ma invisibile per il lettore. L'annuncio diventa più una pratica burocratica che un'opportunità.
Il terzo è culturale, e forse il più difficile da accettare. Per decenni le aziende si sono sentite nella posizione di scegliere. Pubblicavano un annuncio e si aspettavano che i candidati si presentassero, curriculum alla mano, pronti a convincerle. Ma quel mercato non esiste più — o esiste solo per le posizioni meno qualificate. Per tutti gli altri profili, oggi sono le aziende a dover sedurre i talenti, non il contrario. Eppure, gran parte degli annunci continua a essere scritta con la logica opposta: lunghe liste di requisiti, responsabilità elencate in punti, benefit generici. Zero racconto, zero personalità, zero motivi per cui un buon candidato dovrebbe scegliere quella azienda piuttosto che un'altra.
Il quarto punto riguarda l'intelligenza artificiale. Sempre più aziende usano strumenti come ChatGPT per generare annunci in pochi minuti. Non è di per sé sbagliato — l'AI può essere un buon punto di partenza. Ma se chi la utilizza non sa cosa rende un annuncio efficace, rischia di amplificare la mediocrità invece di ridurla. Un testo generato senza una strategia chiara produce esattamente ciò che ci si aspetta: qualcosa di formalmente corretto ma sostanzialmente anonimo. L'AI non è il colpevole. È uno specchio.
La skill che nessuno coltiva
C'è una verità scomoda che emerge da tutto questo: scrivere un annuncio di lavoro è una competenza strategica, non un compito accessorio da delegare o sbrigare in fretta tra una riunione e l'altra. È il primo punto di contatto tra un'azienda e una persona che potrebbe davvero fare la differenza. Eppure viene trattato come una semplice formalità.
Le aziende investono in employer branding, in cultura aziendale, in processi di onboarding ben strutturati. E poi comunicano tutto questo con un testo scritto in venti minuti, copiato dall'annuncio precedente, con solo il nome del ruolo cambiato.
Il paradosso è evidente: si cura moltissimo l'esperienza del dipendente una volta all’interno dell’azienda, e quasi nulla l'esperienza del candidato prima di entrare. Eppure, è proprio lì, in quei pochi paragrafi, che si vince o si perde la partita per attrarre i candidati migliori — quelli che hanno scelta e sanno come esercitarla.
È per rispondere a questo problema che è nata Milan Job: non come ennesima piattaforma dove pubblicare annunci, ma come uno strumento che aiuta le aziende di Milano a costruire offerte che parlino davvero alle persone giuste. Metodo, dialogo, attenzione al contesto locale. Perché il primo contatto è fondamentale, e vale la pena farlo bene.
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