
La parola produttività intimorisce. Sembra un concetto da economisti, da convegni, da pagine di giornale che si smettono di leggere dopo il primo paragrafo. Eppure è la chiave per capire perché i salari italiani non crescono e soprattutto perché la responsabilità non è dove in molti pensano sia.
In termini semplici, la produttività misura quanto valore un lavoratore riesce a generare in un dato periodo di tempo. Se è alta, l'azienda può permettersi di pagare di più. Se è bassa, i margini si restringono e i salari restano fermi. Fin qui il ragionamento fila. Il problema è nel passo successivo: dare per scontato che la produttività bassa dipenda dai lavoratori. Non è così.
Il problema è il contesto, non le persone
Un lavoratore italiano mediamente non è meno capace, meno impegnato o meno motivato di un collega tedesco o francese. La differenza sta nel sistema in cui opera. Strumenti obsoleti, tecnologie non aggiornate, processi organizzativi fermi agli anni Novanta: tutto questo pesa sulla produttività indipendentemente da quanto una persona si impegni.
A questo si aggiunge la struttura del tessuto produttivo italiano, fatto in larga parte di piccole e medie imprese. Non è un difetto in sé, la PMI italiana ha una storia e una qualità che il mondo ci invidia. Ma una piccola impresa fatica ad accedere agli investimenti necessari per innovare, ad attrarre talenti specializzati, a competere su mercati internazionali ad alto valore aggiunto. Quando l'azienda non cresce, non cresce nemmeno chi ci lavora dentro né nelle competenze, né nel portafoglio.
Il risultato è un'economia che in molti settori resta ancorata a produzioni mature, poco differenziate, dove il vantaggio competitivo si gioca quasi esclusivamente sul prezzo. E abbassare i costi, in questo schema, significa quasi sempre comprimere i salari.
Milano nel mezzo
Anche qui Milano fa storia a sé, almeno in parte. La concentrazione di imprese innovative, multinazionali, startup e professionisti qualificati crea un mercato del lavoro dove la produttività tende ad essere più alta e i salari lo riflettono. Chi lavora nella finanza, nel design, nel digitale, nella moda o nella consulenza opera in settori dove il valore prodotto è alto e riconosciuto.
Ma basta spostarsi di poco, nei servizi alla persona, nella distribuzione, nella ristorazione, nell'artigianato per ritrovare le stesse dinamiche che affliggono il resto del paese. Milano non è un'isola: è un ecosistema complesso, dove convivono realtà molto diverse tra loro e dove la distanza tra i salari più alti e quelli più bassi è tutt'altro che trascurabile.
Cosa dovrebbe cambiare
Se la produttività bassa dipende dal contesto e non dalle persone, allora la soluzione non può essere chiedere ai lavoratori di fare di più con meno. La soluzione è cambiare il contesto e questo richiede investimento. Nelle tecnologie, nell'organizzazione del lavoro, nella formazione. E richiede che le aziende smettano di vedere questi costi come voci da tagliare nei momenti difficili e inizino a trattarli come quello che sono: condizioni necessarie per crescere.
È una responsabilità che non appartiene solo alla politica o alle grandi istituzioni. Appartiene anche alle singole imprese, ogni volta che decidono se rinnovare un macchinario o tenerlo un altro anno, se mandare un dipendente a formarsi o no, se assumere un giovane senza esperienza e investire su di lui o aspettare che arrivi già pronto da qualche altra parte.
Perché i lavoratori pronti, formati e motivati non cadono dal cielo. Qualcuno li ha costruiti. E quel qualcuno, quasi sempre, è un'azienda che ha deciso di credere nel futuro.